Profilassi vaccinale
I CICLI VACCINALI
Il ciclo vaccinale nel
cucciolo di cane, ha inizio a circa 6 /8 settimane d’età. Il vaccino ha la
funzione di stimolare il sistema immunitario d’un animale, affinché esso alla
fine delle vaccinazioni possa essere schermato, con anticorpi specifici, nei
confronti delle principali malattie, altrimenti se ciò non fosse, il sistema
immunitario del cane, al contrario, non sarebbe in grado di respingere
adeguatamente il virus e/o batterio che lo interessa, sino a contrarre la
malattia in forma più o meno sintomatica.
E’ buona abitudine, prima di cominciare con gli interventi vaccinali,
espletare l’esame delle feci - che deve essere eseguito necessariamente da
un veterinario (o da un allevatore esperto).
- L’ESAME DELLE FECI
L’esame delle feci si effettua con un prelievo di un campione fecale. Questo viene mescolato con una soluzione salina che favorisce il galleggiamento delle uova dei parassiti intestinali.
Lo strato più
superficiale della soluzione, quello contenente le uova, si fissa al vetrino
coprioggetti che viene così esaminato al microscopio. In questo modo si possono
identificare le uova dei vermi intestinali (cestodi, nematodi ecc.), così come
altri parassiti microscopici come i coccidi o giardia.
Esistono numerosissimi schemi vaccinali che possono dipendere in parte anche
dalla situazione epidemiologica in cui vive il cucciolo e dall’ entità della
popolazione canina presente sul territorio. Alcune razze canine, come ad
esempio, il Rottweiler, ha bisogno di vaccini più distanziati, causa un’elevata
suscettibilità al parvovirus. In commercio sono presenti svariate
specialità vaccinali (da monovalente sino a eptavalente) ed inoltre ogni
veterinario ha un suo schema vaccinale.
Di solito, nei confronti del parvovirus all’età di 40 – 50 giorni, si utilizza
un vaccino monovalente, poi a distanza di 3 settimane, si effettuano due
interventi vaccinali con vaccino eptavalente.
In alcuni casi inoltre, alla fine delle tre vaccinazioni, si può effettuare
l’intervento contro la
rabbia.
Il vaccino eptavalente previene le seguenti malattie:
1. Il cimurro (Malattia di Carrè) è una malattia virale molto diffusa, con esiti anche mortali. I sintomi più frequenti sono: anomalia respiratoria, febbre, diarrea e sintomi nervosi;
2. La leptospirosi (Leptospira canicola – Leptospira icterohaemorrhagiae) che è una malattia batterica che danneggia le reni e fegato, molto diffusa tra i roditori. Può essere trasmessa all’uomo attraverso le urine.
3. La parvovirosi - malattia virale che si manifesta con conati di vomito e grave diarrea sanguinolenta. Molti cuccioli muoiono per disidratazione ed astenia, tuttavia, indipendentemente dal suo decorso sintomatologico, la morte può avvenire in qualsiasi stadio della malattia, poiché il virus è pantropo (si sviluppa in tutti gli organi principali) causando di fatto, dei danni in tutto l’organismo.
4.
La
parainfluenza con l' adenovirus Canino sono
due virus responsabili di gravi anomalie a carico dell'apparato respiratorio.
5. La Bordetella Bronchiseptica (Tosse dei canili). Un batterio responsabile di malattie respiratorie estremamente contagiose e la conseguente tracheobronchite, può persistere da settimane a mesi.
6. Rabbia - questa malattia virale è diffusa tra animali selvatici, volpi e pipistrelli. La malattia è letale. Non esiste ancora alcun tipo di cura per questa malattia sia nell’uomo sia per glia animali. L’uomo può contrarre la Rabbia attraverso la saliva o la morsicatura di un animale infetto. Cani e gatti e soprattutto, volpi e pipistrelli, possono diffondere il virus per settimane prima che sia evidente la sintomatologia nervosa e la conseguente morte. In Toscana la malattia non viene diagnosticata da molti anni e molto spesso la vaccinazione viene eseguita solamente nei soggetti che debbono varcare la frontiera o recarsi in Sicilia e Sardegna (zone indenni).
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Le ZOONOSI o Zoognosi
Per "zoognosi" si intendono tutte quelle malattie che possono essere trasmesse dagli animali all'uomo. Vengono comprese in questo gruppo di malattie (L'OMS ha elencato circa 150 zoonosi significative.) anche quelle che l'uomo acquisisce anche per via alimentare (Listeriosi o Salmonellosi) o altre malattie che possono essere veicolate da animali da reddito (Tubercolosi o BSE). In base ad alcune caratteristiche del ciclo biologico ed alle modalità di trasmissione, le zoonosi parassitarie possono essere distinte in:
| Zoonosi dirette: trasmesse per contagio diretto o tramite vettori che agiscono meccanicamente (es.: toxoplasmosi); | |
| Ciclo-zoonosi: l'agente patogeno compie il ciclo biologico in ospiti vertebrati diversi (es.: cisticercosi da Cysticercus bovis); | |
| Meta-zoonosi: l'agente patogeno viene trasmesso da un vettore invertebrato nel quale si riproduce e si moltiplica (es.: leishmaniosi); | |
| Sapro-zoonosi: l'agente patogeno, oltre che nell'ospite vertebrato, si sviluppa e svolge parte del suo ciclo sul terreno o su sostanze organiche (es.: larva migrans). |
Ecco alcune zoonosi che riguardano gli animali da compagnia.
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Dermatomicosi |
Micosi cutanee o
dermatomicosi, malattie della pelle causate da funghi
(Trichophyton e Microsporum) che provocano la caduta del
pelo a chiazze spesso
tondeggianti. Venendo ripetutamente a contatto con il
malato possono comparire
anche a noi piccole macchie rosse tondeggianti sulla
pelle....
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Filariosi |
Sono malattie causate da vermi della famiglia delle
filarie. Le filarie vengono trasmesse da uomo ad uomo o da animale ad uomo,
mediante la puntura di insetti (zanzare, tafani, simulidi).
Sono diffuse soprattutto in Africa e Sud America.
Le principali forme di Filariosi sono:
1) FILARIOSI LINFATICHE. Sono causate dalle filarie
delle specie Wuchereria bancrofti e Brugia malayi (Filariosi di Bancroft), e
vengono trasmesse da zanzare delle specie Culex e Aedes. Sono caratterizzate da
infiammazione ed ostruzione delle vie linfatiche degli arti inferiori, con
ristagno della linfa, edemi e, nel maschio, anche idrocele.
2) FILARIOSI CUTANEA. E' causata dalla filaria
della specie Loa-loa ed è trasmessa dalla "mosca del mango", una specie di
tafano del genere Chrysops. E' caratterizzata da edemi superficiali al livello
del volto o delle articolazioni con modica febbre. A volte il verme è visibile
sotto la pelle e si muove; il fenomeno può interessare anche la congiuntiva.
3) ONCOCERCOSI (FILARIOSI OCULO-CUTANEA). E'
causata dalla filaria Onchocerca volvulus che viene trasmessa all'uomo da un
simulide (simile ad un moscerino). La filaria femmina adulta ha grandi
dimensioni (fino a 50 cm.). Le lesioni più comuni sono: eruzioni cutanee, maculo
papule, noduli, elefantiasi dei genitali esterni femminili; ma il quadro più
grave è la cecità che si può verificare quando il verme si localizza al collo o
al capo.
La prevenzione delle Filariosi è basata sulla lotta
alle punture degli insetti vettori mediante repellenti sulla pelle, zanzariere
ed insetticidi negli ambienti in cui si soggiorna. In casi particolari è
possibile fare anche una prevenzione con farmaci. Tale forma di prevenzione
viene applicata su vasta scala, già da alcuni anni, dall'Organizzazione Mondiale
della Sanità nei Paesi a rischio, per la protezione delle popolazioni indigene.
Non esiste una vaccinazione, ma c'è una cura con farmaci.
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Idatidosi |
Le cisti da Echinococcus granulosus crescono lentamente e i pazienti asintomatici non richiedono sempre un trattamento. Comunque, la terapia chirurgica rimane quella di scelta in molte circostanze. L’albendazolo (Zentel, Smithkline Beecham-F) viene usato in associazione all’intervento chirurgico per ridurre il rischio di recidive o come terapia primaria nei casi inoperabili. In assenza di trattamento l’echinococcosi alveolare da E. multilocularis è in genere letale. Il trattamento di scelta è la rimozione chirurgica associata a somministrazione di albendazolo; quando non sia effettuabile, possono risultare utili cicli ripetuti di albendazolo (per un anno o più). Durante il trattamento farmacologico è molto importante un controllo attento della funzionalità epatica.
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Leishmaniosi |
Si tratta di una malattia infettiva e contagiosa a carattere zoonosico, ad andamento generalmente cronico causata da protozoi del genere Leishmania.
Le leishmanie vennero viste per la prima volta da
Cunningham in India nel 1885 in persone affette da "bottone
d'Oriente". Nel 1903 Marchand osservò dei parassiti, simili a quelli visti
da Cunningham, in strisci di milza di un cinese morto in Germania di "Kala-azar";
nello stesso anno e quasi contemporaneamente, Leishman e Donovan descrissero dei
microrganismi identici ritrovati in persone ammalate di "Kala-azar".
Questi parassiti vennero denominati Piroplasma donovani da
Laveran e Mesnil e Leishmania donovani da Ross, mentre i protozoi
ritrovati nelle forme di "bottone d'Oriente" vennero chiamati da Wright
Leishmania tropica.
Nel 1909 Linderberg isolò dalle ulcere cutanee di un brasiliano un parassita
denominato da Vianna (1911) Leishmania braziliensis.
La prima segnalazione di leishmaniosi canina è del 1908 (Nicolle
e Comte); in seguito si ebbero diverse altre segnalazioni sulla presenza delle
leishmanie in altre specie animali.
Per quanto riguarda l'agente vettore del parassita, il primo a sospettare i
flebotomi fu Pressat nel 1905.
Nel 1990 l'OMS riportò i casi di leishmaniosi umana nel mondo nel numero di 12 milioni circa, con un incremento intorno a 400.000 - 1.200.000 di nuovi casi ogni anno, in particolare in paesi della fascia equatoriale e subequatoriale.

La diffusione della malattia risulta influenzata da molti fattori:
Ambiente (densità dei flebotomi nelle aree endemiche, altitudine e caratteristiche geologiche del territorio, ecc.);
Clima (temperatura, tasso di umidità, ecc.);
Condizioni socio-sanitarie (malnutrizione, incidenza nella popolazione umana di soggetti affetti da immunodeficienza acquisita, elevata concentrazione di animali infetti, randagismo, ecc.);
Mancanza di presidi immunizzanti (ossia vaccini) efficaci sia nell'uomo che nel cane.
I casi in Italia.
In Italia i casi ufficiali di
leishmaniosi umana, nei 5 anni che vanno dal 1994 al 1999, sono stati
circa 700 (ma molto probabilmente quelli reali sono molti di più), di cui ben
150 diagnosticati in
pazienti HIV positivi. La maggior parte dei soggetti colpiti proviene da
regioni endemiche centro-meridionali, nelle quali il cane rappresenta il
principale serbatoio di malattia.
Spesso l'uomo, grazie ad una risposta immunitaria cellulo-mediata, non manifesta
alcun sintomo in seguito all'infezione; inoltre nelle forme sintomatiche di
solito risponde bene alla terapia e guarisce completamente sia dal punto di
vista sintomatologico che da quello parassitologico (cosa almeno eccezionale nel
cane). Invece nei soggetti immunodepressi gli insuccessi terapeutici e le
ricadute sono frequenti, per il tipo di risposta prevalentemente umorale
(analogamente a quanto accade nel cane) e conseguente produzione di ingenti
quantità di anticorpi non protettivi, con la possibilità di determinare
patologie da immunocomplessi.
Le numerose segnalazioni degli ultimi anni di casi di leishmaniosi canina provenienti da aree tradizionalmente ritenute indenni (anche dell'Italia settentrionale), debbono portare alla conclusione che - in pratica - non esistono zone, comunemente abitate, che possano essere considerate completamente sicure. Infatti se fino al 1989 il Nord Italia era considerato praticamente indenne dalla leishmaniosi canina, oggi abbiamo dei focolai accertati in Veneto, Emilia Romagna e Piemonte ed altri probabili in Trentino e Lombardia (Natale, 2004).
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Malattia da graffio del gatto |
La malattia da graffio
da gatto (cat scratch disease) è un'antropozoonosi,
cioè una malattia potenzialmente trasmissibile dall'animale all'uomo, causata da
un microrganismo (Bartonella hanselae) che può infettare il gatto in modo
cronico e persistente. I gatti infetti fungono da portatori del microrganismo
(che si localizza nel circolo sanguigno e nelle strutture linfatiche) per tutta
la vita. Il contagio tra gatto e gatto ha luogo principalmente tramite le pulci
che contribuiscono a diffondere l'infezioni tra gatti durante il pasto di
sangue. Le manifestazioni dell'infezione nel gatto sono modeste (sono segnalati
solo rari episodi di endocardite, infezione delle valvole cardiache) e la
maggior parte dei soggetti infetti non presenta alcun segno clinico. La malattia
può essere trasmessa all'uomo tramite graffi o morsi che consentono di inoculare
il germe a livello cutaneo. I microrganismi sono infatti presenti nella saliva
dei gatti infetti e conseguentemente anche sulle unghie che possono essere
contaminate dalla saliva stessa quando il gatto si lava o dalle feci delle pulci
sul mantello (se presenti) quando il gatto si gratta. Nell'uomo la malattia
solitamente non è pericolosa manifestandosi con disturbi locali (gonfiore della
ferita, ingrossamento dei linfonodi locali, febbricola) tendenti alla guarigione
spontanea. In alcuni casi tuttavia, specie nei soggetti con patologie del
sistema immunitario, può assumere carattere generalizzato e grave coinvolgendo
organi come la milza ed il fegato.
La prevenzione - I gatti maggiormente a
rischio di infezioni sono quelli che vivono all'esterno o che hanno possibilità
di accedervi. Da una recente indagine nella provincia di Pavia circa il 40% dei
gatti randagi è risultato portatore cronico del microrganismo. Una volta
infetto, il gatto è difficilmente curabile. Sono infatti necessari cicli di
antibiotici ad alti dosaggi protratti per diverse settimane con risultati
comunque estremamente incerti. La migliore prevenzione consiste nell'impedire al
gatto contatti con gatti randagi e nel praticare trattamenti efficaci e regolari
nei confronti delle pulci. È possibile inoltre tramite un semplice prelievo di
sangue valutare se il gatto è portatore della malattia, cosa consigliabile
soprattutto se il micio convive con persone che per cause naturali o in seguito
ad assunzione di farmaci presentino una compromissione del sistema immunitario.
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Malattia di Lyme
E' una malattia infettiva dovuta
a un batterio (spirocheta) detto Borrelia Burgdorferi. La trasmissione
della malattia avviene in genere dall'animale infetto (cervi, cani o altri
mammiferi) all'uomo, mediante la puntura di una zecca (Ixodes ricinus).
Cina, Giappone, Australia, con
incidenza nel periodo estivo.
La diagnosi si basa
sull'anamnesi (pregressa puntura di zecca), sul quadro clinico e su vari
test sierologici (ricerca di anticorpi specifici antispirocheta), tra cui l'immunofluorescenza
e il test ELISA.
La terapia
consiste nella somministrazione di doxiciclina o tetracicline o amoxicillina
. Nelle complicanze neurologiche si somministrano per via endovenosa
cefalosporine di terza/quarta generazione o penicillina G.
La profilassi
consiste nell'evitare le punture di zecche utilizzando abiti lunghi, di
tessuto resistente e stivali quando si va in zone boschive o rurali a
rischio. L'asportazione della zecca dalla pelle va effettuata con cautela e
preferibilmente da un medico: dopo aver cosparso la zecca con alcool o etere
la si stacca dolcemente con una pinzetta. In alcuni casi può essere fatto il
trattamento antibiotico preventivo.
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Rabbia |
La rabbia è senza dubbio
la zoonosi (malattia trasmettibile anche all’uomo) più temuta. La malattia,
infatti, causa nell'uomo una encefalite mortale nel 90-100% dei casi, se non
diagnosticata e curata in tempi rapidi. L'incidenza della rabbia nell'uomo è in
decrescita, in tutto il mondo. Sono diversi i paesi classificati come
indenni da rabbia. In Italia, ad esempio, la Sardegna e la Sicilia, sono zone indenni per
cui, a norma di legge, qualsiasi cane o gatto che sbarca su queste isole
dovrebbe essere stato vaccinato almeno 1 mese prima dal medico veterinario e
dovrebbe essere scortato da un certificato sanitario rilasciato dall'Asl di
residenza. Gli animali maggiormente coinvolti sono: i canidi domestici e
soprattutto selvatici (la rabbia silvestre è trasmessa in genere dalla volpe), i
felini domestici e randagi e gli animali selvatici in generale (moffetta,
pipistrello ecc.).a rabbia è una zoonosi, causata da un
virus appartenente alla famiglia dei rabdovirus, genere Lyssavirus. Colpisce
animali selvatici e domestici e si può trasmettere all’uomo e ad altri animali
attraverso il contatto con saliva di animali malati, quindi attraverso morsi,
ferite, graffi, soluzioni di continuo della cute o contatto con mucose anche
integre. Il cane, per il ciclo urbano, e la volpe, per il ciclo silvestre, sono
attualmente gli animali maggiormente interessati sotto il profilo
epidemiologico.
La malattia sviluppa una encefalite: una volta che i sintomi della malattia si
manifestano, la rabbia ha ormai già un percorso fatale sia per gli animali che
per l’uomo. Senza cure intensive la morte arriva entro una settimana.
La rabbia attualmente viene elencata dall’Oie (Organizzazione mondiale di sanità
animale), viene elencata nella “Lista B”, che raccoglie le " malattie
trasmissibili considerate di importanza socio-economica e/o di sanità pubblica
all'interno degli stati e che sono significative nel commercio internazionale di
animali e di prodotti di origine animale".
- COME SI TRASMETTE LA RABBIA
Introduzione
La rabbia si trasmette attraverso la saliva per mezzo di una profonda ferita da morso. Il virus penetra nel tessuto nervoso periferico ed attraverso i nervi periferici, arriva al cervello ed ad altri tessuti tra cui le ghiandole salivari. Il periodo di incubazione può durare dalle 2 alle 8 settimane, ma già dopo 10 giorni (prima dei primi sintomi), il virus viene eliminato con la saliva. Il decorso clinico è diviso in tre fasi:
La fase prodromica, che può passare quasi inosservata. In qualche caso vi è un cambiamento comportamentale ed un’ipertermia e degli autotraumatismi nella sede del morso.
la fase furiosa, in cui sono evidenti, irritabilità, irrequietezza ed aggressività. Il cane abbaia, attacca oggetti inanimati, vaga senza spiegazione ed in qualche caso può essere presente atassia, disorientamento e convulsioni.
La fase paralitica in cui vi sono dei segni progressivi di paralisi ascendente degli arti, laringea (con modificazioni dell'abbaio nel cane), scialorrea e disfagia. Seguono, depressione del sensorio, coma e morte, nel giro di 3/7 giorni, dal manifestarsi dei segni clinici.
La malattia nell'uomo ha
un andamento similare. Da alcuni studi, è risultato che circa il 15% degli
uomini non trattati dopo il morso di un animale riconosciuto rabido sono
risultati infetti. In caso di morso accidentale da parte di un animale è
raccomandata una pulizia vigorosa della ferita (magari con etanolo che è un
rabicida). Poi a seconda delle circostanze si può decidere se intraprendere una
profilassi innanzitutto anti-tetanica (ricordiamo che il rischio di tetano è
verosimilmente molto più realistico) poi eventualmente anti-rabica. Gli uomini
in precedenza vaccinati, ricevono due dosi di vaccino 1 subito e l'altra dopo
tre giorni, mentre quelli non vaccinati ricevono immediatamente le
immunoglobuline e la prima dose di vaccino, poi altre quattro dosi di vaccino,
nei giorni seguenti.
La migliore prevenzione che si può adottare per quanto riguarda gli animali
domestici è naturalmente la vaccinazione. Ricordiamo che essa è obbligatoria per
i cani e gatti in alcune regioni d'Italia (alcune a ridosso dei confini di
stato) o per gli animali domestici che debbano passare la frontiera (almeno un
mese prima della partenza). Gli effetti collaterali dei vaccini attualmente in
commercio sono pressoché minimi per cui, fermo restando il discorso che in
Toscana non è stato registrato alcun caso di rabbia in uomini o animali negli
ultimi 50/60 anni. Gli animali a rischio, come ad esempio i cani da caccia,
dovrebbero essere regolarmente vaccinati nei confronti di questa temibile
malattia.
Sintomi e decorso negli animali
Il decorso clinico dell’encefalite rabida è caratterizzato da due possibili
forme che hanno sempre in comune una prima fase caratterizzata da sintomi
generici e poco specifici che coinvolgono il sistema respiratorio,
gastrointestinale e il sistema nervoso centrale. Successivamente la malattia può
evolvere in due forme a decorso acuto.
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la forma furiosa (75 % dei casi) caratterizzata da disturbi psicomotori eccitativi nei quali spiccano la perdita del senso dell’orientamento, vagabondaggio, accessi di iperattività talora a carattere furioso. Negli animali si possono avere alterazioni della fonesi e perdita di saliva, sintomo strettamente correlato alla potenziale diffusione del contagio. L’epilogo della malattia è caratterizzato dai segni progressivi di paralisi della muscolatura, fino al coma e alla morte. | |
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la forma paralitica (25 % dei casi), nella quale compare la paralisi progressiva senza le manifestazioni di aggressività che caratterizzano la forma furiosa. |
Per l'identificazione di un
caso di rabbia attenzione particolare deve essere posta alle turbe del
comportamento, a fenomeni di aggressività da parte di animali normalmente
mansueti o viceversa, e a modifiche della fonesi. Questi sintomi sono ovviamente
più facilmente rilevabili da chi, come il proprietario di un animale domestico
d’affezione (cane, gatto), vive a continuo contatto con l'animale, che quindi
diventa un elemento importante per la sorveglianza e la prevenzione della
malattia.
Trattamenti e profilassi
La prevenzione della malattia nell’uomo si basa sulla vaccinazione
preventiva per chi svolge attività professionale “a rischio specifico”
(veterinari, guardie forestali, cinovigili, guardie venatorie ecc.) e sul
trattamento vaccinale post esposizione, limitato a particolari situazioni di
rischio, come l’aggressione da parte di un animale sospetto. In questo caso,
l’animale deve essere sottoposto ad una osservazione di 10 giorni, in modo tale
da poter escludere l’esposizione al virus al momento dell’aggressione o
esposizione.
Per quanto riguarda la prevenzione della malattia negli animali è importante :
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la vaccinazione (obbligatoria o volontaria a seconda del dato epidemiologico) degli animali domestici, la lotta al randagismo e l’attuazione di provvedimenti coercitivi (cattura ed eventuale abbattimento) al fine di realizzare attorno all'uomo un anello di protezione costituito da animali domestici non recettivi e quindi incapaci di trasmettere l'infezione (prevenzione del ciclo urbano della malattia); | |
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la vaccinazione orale dei carnivori selvatici, volpi in particolare, introdotta da più di un decennio in alcuni paesi europei. A seguito di tale misura è stato osservato un significativo decremento dell'incidenza della malattia, rilevato attraverso piani di sorveglianza sul serbatoio selvatico (prevenzione e controllo del ciclo silvestre della malattia). |
In caso di post-esposizione alla rabbia è importante lavare e sciacquare la ferita o il punto di contatto con acqua e sapone, detergenti o acqua naturale, seguito dalla applicazione di etanolo, tintura o soluzione acquosa di iodio. A questo punto, a seconda dei casi, si effettua la somministrazione del vaccino (che rappresenta uno strumento di profilassi ma è efficace anche quando viene somministrato dopo una esposizione) o di immunoglobuline anti-rabbiche. Per il dettaglio delle procedure da adottare dopo l'esposizione si può consultare il rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità “WHO Recommendations on Rabies Post-Exposure Treatment and the Correct Technique of Intradermal Immunization against Rabies”.
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Sindrome da "larva migrans" |
La zoonosi che
più preoccupa la salute dell'uomo è la "sindrome da larva migrans" causata da
alcuni nematodi (soprattutto ascaridi ed ancilostomi) dell'apparato
gastroenterico di cani e gatti. In particolare i bambini possono ingerire le
uova di questi nematodi portandosi le mani alla bocca dopo aver giocato con i
propri animali.
L'infestazione parassitaria è molto comune nei cani e nei gatti poiché il ciclo vitale di tali parassiti è adattato allo stile di vita dell'animale. Per esempio le larve sono in grado di passare attraverso la placenta o di giungere al latte materno.
La sintomatologia delle parassitosi negli animali domestici è scarsa: il veterinario esegue esami e terapie che sono efficaci e senza effetti collaterali. É buona pratica da parte del proprietario provvedere ad un protocollo antiparassitario almeno due volte all'anno, ad esempio in coincidenza con le vaccinazioni e con la profilassi antifilaria.
La malattia nell'uomo
Dopo che le uova sono state ingerite, se non
raggiungono la maturazione nell'intestino, le larve migrano in altri organi, ad
esempio negli occhi e nel sottocutaneo. Oltre ai danni sugli organi colpiti
possono insorgere manifestazioni allergiche. In rari casi la malattia può
lasciare danni permanenti nel soggetto colpito specialmente se si tratta di un
bambino.
Alcuni parassiti, ad es. Ancilostoma caninum, A. braziliense, A. tubaeforme, e Uncinaria stenocephala, nelle loro forme larvali possono penetrare attivamente la barriera cutanea sia nel cane che nell'uomo. La sindrome da larva migrans è caratterizzata da prurito nella zona d'ingresso e da lesioni lungo le zone di migrazione delle larve.
É piú semplice prevenire che curare tale sindrome, eliminando i parassiti dagli animali domestici.
Ciclo vitale del nematode Toxocara canis - Center for Desease Control U.S.A.
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Toxoplasmosi |
La toxoplasmosi è una zoonosi causata dal Toxoplasma gondii,
un microrganismo che compie il suo ciclo vitale, estremamente complesso e
diverso a seconda dell’ospite, solo all'interno delle cellule. Il parassita può
infettare moltissimi animali (dai mammiferi agli uccelli, dai rettili ai
molluschi) e può trasmettersi da un animale all’altro attraverso l’alimentazione
con carne infetta. Il Toxoplasma condii non si trova solo nella carne, ma
anche nelle feci di gatto e nel terreno in cui abbia defecato un gatto o un
altro animale infetto.
Sintomi, prevenzione e trattamento
Nell’infezione da Toxoplasma gondii è possibile distinguere due fasi
successive: la prima (toxoplasmosi primaria) è caratterizzata da un periodo di
settimane o mesi in cui il parassita si può ritrovare nel sangue e nei linfonodi
in forma direttamente infettante. È la fase sintomatica della toxoplasmosi, che
si accompagna a ingrossamento delle linfoghiandole, stanchezza, mal di testa,
mal di gola, senso di "ossa rotte", a volte febbre e ingrossamento di fegato e
milza. Esistono poi casi di toxoplasmosi primaria complicati da sintomi gravi,
quali l'infiammazione della zona visiva dell’occhio (corioretinite, che può
compromettere la vista) e dell’encefalo, oltre a sintomi attribuibili a una
malattia autoimmune. Quest'ultima eventualità è frequente nei malati di Aids o
nei soggetti trapiantati, per i quali spesso l’evoluzione è drammatica, perché
la risposta alla terapia è insufficiente.
Il soggetto che contrae una toxoplasmosi resta protetto per tutto l’arco della
vita da recidive, perché risponde all’infezione con produzione di anticorpi e
linfociti specifici.
La risposta del soggetto al Toxoplasma gondii determina il passaggio alla
seconda fase della toxoplasmosi (toxoplasmosi postprimaria), caratterizzata
dall’assenza di segni clinici e di laboratorio dell’infezione acuta, ma con la
persistenza del parassita nell’organismo, "incistato" nei muscoli e nel
cervello. Se le difese immunitarie vengono meno (sia per malattia, sia per
trattamenti medici), il microrganismo può tornare aggressivo, riprodursi e
indurre nuovi danni.
La toxoplasmosi è ad alto rischio nel caso in cui venga contratta in gravidanza:
l'infezione può infatti passare al bambino attraverso la placenta, provocando in
determinate circostanze malformazioni o addirittura l'aborto o la morte in
utero. La toxoplasmosi rappresenta dunque un importante elemento di cui tenere
conto nell'ambito della
salute materno-infantile.
Allo stato attuale non esiste un vaccino contro la toxoplasmosi: non è quindi
possibile garantirne la prevenzione assoluta. Ci sono però una serie di
comportamenti e di pratiche che possono ridurre notevolmente il rischio di
contrarre questa malattia.
Studi recenti (tra cui uno pubblicato sul British Medical Journal, che ha
coinvolto anche due centri italiani, uno a Napoli e uno a Milano) indicano tra
le principali fonti di infezione il consumo di carne cruda e semicruda: per
esempio carpaccio, prosciutto crudo, capocollo, tartara, salsicce, carne salata
ed essiccata. Dai risultati emerge infatti che i fattori di rischio principali
sono legati all’alimentazione (dal 30 al 63% dei casi dovuti all’assunzione di
carne di maiale e agnello poco cotta). È quindi necessario evitare
di assaggiare la carne mentre la si prepara e lavarsi molto bene le mani sotto
acqua corrente dopo averla toccata. È stato calcolato in uno studio eseguito
proprio su donne italiane che, se si evita di mangiare carne cruda, semicruda e
salumi durante la gravidanza, può essere evitato il 41% delle infezioni in
gravidanza.
Un’altra fonte di contaminazione (accertata recentemente anche da uno
studio pubblicato sul British Medical Journal realizzato sulle donne
europee) è la terra degli orti e dei giardini, dove animali infetti possono aver
defecato. È quindi necessario che chi svolge attività di giardinaggio si lavi
molto bene le mani prima di toccarsi la bocca o la mucosa degli occhi. Lo stesso
vale per il consumo di ortaggi e frutta fresca, che va lavata accuratamente
sotto acqua corrente.
Infine, negli ultimi anni si è ridimensionata l’attenzione nei confronti del
gatto come portatore della malattia, in particolare se si tratta di un gatto
domestico, alimentato con prodotti in scatola e la cui lettiera è cambiata tutti
i giorni (le cisti del parassita si schiudono dopo tre giorni a temperatura
ambiente e alta umidità). Il vero serbatoio della toxoplasmosi è invece
rappresentato dai gatti randagi, che si infettano cacciando uccelli e topi
contaminati, e che possono defecare nel terreno rilasciando Toxoplasma anche per
diverse settimane.
Nel caso in cui la donna dovesse essere contagiata durante la gravidanza, è
possibile bloccare la trasmissione dell'infezione al bambino attraverso un
trattamento antibiotico mirato. Il trattamento più utilizzato è quello con
spiramicina, un antibiotico ben tollerato sia dalla madre sia dal feto. Una
revisione dei lavori scientifici pubblicati (consultabile sul BMJ, 1999)
sulle prove di efficacia della terapia in gravidanza della toxoplasmosi
evidenzia la difficoltà di produrre una stima dell’efficacia del trattamento per
la scarsità di studi randomizzati confrontabili. Inoltre uno
studio multicentrico (consultabile su Am. J. Obstet. Gynecol., 1999) ha
dimostrato che esistono combinazioni antibiotiche più efficaci (pirimetamina e
sulfadiazina) almeno nell’impedire la comparsa di postumi all’anno di vita:
l’uso di questa combinazione è d’obbligo quando la trasmissione dell’infezione
al feto sia dimostrata attraverso l’amniocentesi. Nel caso in cui il trattamento
non sia stato adeguato o sia iniziato troppo tardi, il bambino potrebbe avere
una malattia grave già visibile alla nascita.
Con le attuali possibilità di trattamento, almeno il 90% dei bambini con
toxoplasmosi congenita nasce senza sintomi evidenti e risulta negativo alle
visite pediatriche di routine. Solo attraverso indagini strumentali più
raffinate possono essere rilevabili piccole anomalie a carico dell’occhio e
dell’encefalo.
Le probabilità di trasmissione dell’infezione materna al feto aumentano man mano
che la gravidanza progredisce: i bambini la cui mamma abbia contratto la
toxoplasmosi dopo le 16-24 settimane di gestazione appaiono spesso
normali alla nascita, anche se opportune indagini strumentali possono mettere in
rilievo alcune anomalie. I feti contagiati nelle prime settimane di gravidanza,
invece, sono quelli che subiscono le conseguenze più gravi dell’infezione
congenita: interruzione spontanea della gravidanza, idrocefalia, lesioni
cerebrali che possono provocare ritardo mentale ed epilessia, ridotta capacità
visiva che può portare fino alla cecità.
Aspetti epidemiologici
Nel mondo l’incidenza della toxoplasmosi è estremamente variabile: dal 3 al 70%
degli adulti risultano sieropositivi per la malattia. La percentuale però è
nettamente più elevata nel caso di pazienti già affetti da immunodeficienza,
come ad esempio i soggetti che hanno subito un trapianto o i malati di AIDS, che
raggiungono percentuali del 50. Questa variabilità è in funzione del clima (più
diffusa nei Paesi caldo-umidi, meno in quelli freddi), delle condizioni
igieniche (più frequente dove l’acqua da bere scorre all’aperto e dove la
contaminazione fecale dell’ambiente è elevata), delle abitudini alimentari (più
frequente nelle popolazioni che mangiano maiale rispetto a quelle la cui dieta è
ricca di pesce). In tal senso, spostarsi da un Paese a bassa circolazione di
toxoplasmosi verso uno ad alta circolazione (come il Brasile) rappresenta un
possibile rischio per la gestante non protetta.
In Italia, è stato calcolato che circa il 60% delle gestanti affronti una
gravidanza senza essere protetta contro la toxoplasmosi. Verosimilmente questa
quota è andata aumentando nell’ultimo decennio, perché grazie alla catena del
freddo e alle mutate condizioni di allevamento, si è ridotta anche la
toxoplasmosi negli animali per la produzione di carne da alimentazione umana.
Diagnosi
Poiché la malattia è spesso asintomatica, idealmente sarebbe bene conoscere il
proprio stato prima della gravidanza, e cioè sapere se nel proprio siero siano
presenti gli anticorpi per la toxoplasmosi. Si tratta di un semplice esame del
sangue: chiamato Toxo-test, permette di classificare le donne in tre classi:
"protetta", "suscettibile" o "a rischio".
L’infezione induce nel corpo la produzione di immunoglobuline specifiche: nella
prima fase della malattia (quella pericolosa per il nascituro) vengono prodotte
IgM, successivamente (in una fase meno rischiosa) gli anticorpi prodotti sono di
classe IgG. Il Toxo-test permette quindi di verificare l’assenza o la presenza
di anticorpi, e, in questo secondo caso, di evidenziare se si è ancora in una
fase a rischio o se invece la donna è da considerarsi protetta. Se la condizione
della donna non è nota prima della gravidanza, allora il Toxo-test deve essere
prontamente eseguito durante la gravidanza, con la prima serie di esami del
sangue entro le prime otto settimane di gestazione. Se la donna è protetta (ha
gli IgG) il test non deve più essere ripetuto. Nel caso in cui invece la
gestante sia "suscettibile", e quindi non abbia gli IgG né gli IgM, deve
eseguire almeno altri due controlli nel corso della gravidanza, a 20 e 36
settimane, per escludere la possibilità di essersi infettata e che quindi il
bambino rischi di contrarre una toxoplasmosi congenita.
Nel caso in cui il test dia come risultato la presenza di anticorpi IgM,
l’infezione in gravidanza è comunque solo sospetta. Si procede quindi con test
sierologici più sofisticati presso centri di riferimento di riconosciuta
esperienza sia per accertare la diagnosi sia, eventualmente, per disegnare una
terapia. Se l’infezione è confermata, il nascituro, anche se apparentemente
sano, dovrà essere seguito per almeno tutto il primo anno di vita da un centro
specializzato per poter escludere eventuali danni cerebrali e visivi che
insorgano nei mesi successivi.